La magia del Natale al contrario

Antidoti alle complicazioni del Natale in famiglia

In questo periodo dell’anno, molti palinsesti televisivi sembrano delle vere e prorprie maratone di film sul Natale.

La maggior parte di essi ha come soggetto principale il Natale in Famiglia, la vera grande protagonista di queste feste. Inoltre, sembrano avere tutti uno schema che si ripete identico: l’occasione di riunione tanto attesa della famiglia, si trasforma in un crogiolo di conflitti, incomprensioni e contrattempi che vanno dal grottesco, al tragicomico , fino al tragico vero e proprio.

In genere hanno un finale catartico: epiche riappacificazioni e un clima di armonia e amore tra tutti. In poche parole: una famiglia sull’orlo dello sfascio attraverso la magia del Natale ne esce più intima e connessa di prima.

Questi film fanno sapientemente leva su alcuni fondamentali bisogni e aspettative che gli stereotipi e le suggestioni natalizie hanno il potere di risvegliare praticamente in tutti :
  • almeno a Natale, avere una famiglia (perfetta). Se nella vita di tutti i giorni ognuno di noi fa i conti con la famiglia che ha, o non ha, sforzandosi di trovare mediazioni, equilibri, e di colmare vuoti, questa idea della “famiglia perfetta” quale sinonimo del Natale fa sentire praticamente tutti in difetto, dato che la famiglia perfetta, se qualcuno non lo avesse ancora scoperto, non esiste.
  • almeno a Natale, bisogna essere felici. Se nella vita di tutti i giorni ognuno di noi fa i conti con i propri bisogni come meglio può, questa illusione collettiva della felicità natalizia ottiene su molti l’effetto contrario e deleterio: mette in evidenza in cosa e perchè non si è felici.
  • la famiglia (perfetta) dovrebbe soddisfare i miei bisogni (frustrati). Se nella vita di tutti i giorni ci sforziamo come meglio possiamo di accudire  noi stessi, in maniera autonoma,  il Natale risveglia bisogni di accudimento infantili e vecchie ferite, laddove questo accudimento sia mancato

Ed è così che nella maggior parte dei casi le riunioni familiari natalizie si trasformano in

incontri insoddisfacenti

tra persone che riversano le une sulle altre

 bisogni e aspettative,

alimentati a dismisura dagli stereotipi natalizi.

Molte persone si ritrovano tristi, infelici, insoddisfatte, mentre tutte le pubblicità dicono che dovrebbero essere felici.

Questa condizione scatena diverse reazioni, che possono avere anche risolvolti sintomatologici:

  • attribuire l’infelicità alla propria inadeguatezza: “sono io che non vado bene, sono inadeguato. Non ho abbastanza successo, non sono bravo come gli altri”. Questo può comportare fenomeni di depressione e ritiro sociale
  • recriminare agli altri e alla propria famiglia le motivazioni della propria insoddisfazione. Questo dà adito ai conflitti “tragicomici” rappresentati in molti film.. e vissuti da molti di noi, in occasione delle feste natalizie

C’è anche chi decide di evitare a priori ogni rischio, dichiarando di non festeggiare il Natale e rifugiandosi in vacanze esotiche escogitate per l’occasione.

Il vero problema a nostro avviso non sono, ovviamente, le ricorrenze natalizie

Il problema è  un profondo bisogno, sempre insoddisfatto: il bisogno di relazioni e di connessioni positive con gli altri.

Bisogno che abbiamo disimparato a soddisfare, come ben ha spiegato Bauman nel descriverci come società liquida, ovvero incapace di mantenere connessioni significative e durature. Secondo lui , e molti altri, il dramma contemporaneo consiste proprio nella progressiva perdita di questa capacità fondamentale per la nostra stessa sopravvivenza psicologica ed emotiva.

A Natale, il dramma è che ne diventiamo consapevoli

 Ci troviamo a stretto contatto con le persone con cui dovremmo essere maggiormente connessi,

e spesso scopriamo che non è così.

E’ proprio questo che, come un detto di saggezza popolare recita, dovremmo fare tutto l’anno e non solo a Natale:

cercare di restare più connessi con le persone per noi significative, le persone che abbiamo scelto far parte della nostra vita

(non esclusivamente i familiari quindi!).

Restare connessi tutto l’anno significa alllenare abilità che si riveleranno molto utili, se non indispensabili, in occasione dei ritrovi natalizi:

  • la capacità di decentrarsi: comprendere i bisogni e il punto di vista dell’altro e degli altri. Non usare l’altro per sfogare o cercare di soddisfare i propri bisogni, ma avvicinarlo con l’intento di conoscerlo e comprenderlo meglio;
  • la curiosità e l’interessamento sincero per gli altri: la loro vita, i loro interessi, le vicissitudini..
  • l’ascolto attivo: ascoltare gli altri in modo aperto, senza giudizi e pregiudizi, facendo domande piuttosto che commenti srcastici e ironici.

Sappiamo bene che queste capacità sono tanto più difficli quanto più cerchiamo di applicarle, paradossalmente, proprio con le perosne più vicine.

Nei nostri corsi parliamo del “mito della spontaneità” che affligge e ostacola una sana gestione dei conflitti all’interno delle relazioni familiari e intime. Siamo infatti erroneamente convivnti che proprio perchè “intimi” con i nostri cari possaimo permetterci modalità comunicative ed espressive che non ci sogneremmo nemmeno con un estraneo o un conoscente.

Quando queste modalità esprimono critica, eccessiva ironia e sarcasmo, giudizio, intromissioni e consigli non richiesti, sarebbe meglio fare un passo indietro e sforzarsi di essere meno “intimi”.

Vi è una storiella chassidica che rappresenta alla perfezione ciò di cui abbiamo parlato:

Dio condusse il sant’uomo verso due porte. Aprì una delle due e gli permise di guardare all’interno.

Al centro della stanza, c’era una grandissima tavola rotonda. Sulla tavola, si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’uomo sentì l’acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, legati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del braccio, non potevano portare il cibo alla bocca. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze.

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente colmo di cibo delizioso, che gli fece ancora venire l’acquolina in bocca, e le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici.

Questa volta, però, le persone erano ben nutrite e felici e conversavano tra di loro sorridendo.

Il sant’uomo disse a Dio: “Non capisco!”. “E’ semplice”, rispose Dio, “dipende da un’abilità: essi hanno appreso a nutrirsi reciprocamente tra loro, mentre gli altri non pensano che a loro stessi”.

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