Riflessioni di una terapeuta sul desiderio durante la notte di Capodanno

In questi giorni, ci auguriamo tutti a vicenda che l’anno nuovo ci consenta di realizzare i nostri desideri.

Sembrerò un po’ dissacrante e soprattutto guastafeste, ma il mio augurio è più che altro di riuscire a fare i conti con la dimensione del desiderio, ed è quello che cercherò di fare in questo breve scritto.

Zygmunt Bauman condanna il desiderio come una delle cause principali dell’infelicità dell’uomo moderno e post-moderno. Secondo il sociologo polacco, abbiamo sostituito la felicità con il desiderio, e soprattutto con il desiderio del desiderio:

“Ora, non ci si ferma soddisfatti, e felici, quando un nostro desiderio si realizza. Piuttosto, ci si spinge subito a desiderare qualcos’altro che ci possa soddisfare in maniera migliore. Desideriamo il desiderio più che la realizzazione di esso. Quest’atteggiamento dà luogo ad una catena tendenzialmente infinita di frustrazioni e insoddisfazioni”

…e ci spinge all’iperconsumo di massa. La stimolazione del desiderio, la creazione di un continuo stato di bisogno è lo strumento principale del nostro sistema capitalistico per tenere in vita il mercato ed i consumi, ed informa ogni strategia pubblicitaria.

Non è un caso che la maggior parte delle riflessioni-antidoto all’infelicità moderna traggano ispirazione da filosofie e discipline spirituali di origine orientale. Esse ruotano attorno al concetto fondamentale dell’accettazione come argine all’insoddisfazione perenne creata dal nostro modo di desiderare malato.

Accettazione delle cose così come sono e di noi stessi così come siamo, smettendo di inseguire ciò che ci manca e cercare di essere ciò che non siamo. Accettazione di ciò che ci accade come inevitabile e necessario e dotato di un senso.

Massimo Gramellini, nel libro “Avrò cura di te”, dando voce ad un angelo che cerca di aiutare una giovane donna proprio sulla via dell’accettazione di sé e della realtà così come è, le pone una domanda cruciale “Quando imparerai a non confondere l’accettazione con la rassegnazione?”

Credo che questa domanda sia cruciale perchè rivela l’importanza e l’indispensabilità di due forze che sembrano apparantemente in contraddizione: la capacità di accettazione per arginare l’insoddisfazione perenne, e la spinta al cambiamento e all’automiglioramento. Di sé, delle proprie competenze, della propria vita.

Come possono stare insieme queste due forze, e soprattutto come possiamo noi mantenere l’equilibrio avvalendoci di entrambe?

Nel pormi personalmente questa domanda, ho recuperato concezioni del desiderio più antiche che mi hanno dato ottimi spunti per provare a rispondermi.

L’etimologia della parola desiderare indica il rapporto dell’uomo con le stelle, con il cielo: de – siderare, sidus significa stella in latino.

Alcuni dicono che il verbo indicasse l’azione di consultare le stelle per scrutare intenzioni e presagi divini. Altri ne deducono la spinta dell’essere umano a portare le stelle, il cielo in terra, ovvero ciò che è divino, ultra-umano nell’umano.

Ovvero, il desiderio, prima di essere l’esca del perfetto consumatore, è sempre stata la spinta dell’uomo a superare se stesso riconnettendosi a ciò che di divino è in lui.

I poeti tardomedievali e rinascimentali utilizzavano l’allegoria del desiderio amoroso in quanto spinta all’elevazione spirituale, e molte figure femminili divenute famose (Beatrice di Dante, Laura di Petrarca) erano ciò che consentiva ai loro amanti di connettersi al divino.

Questi spunti mi consontono di intuire l’equilibrio tra l’accettazione di sé e il desiderio come spinta al cambiamento e al miglioramento: forse l’accettazione va rivolta alla nostra parte umana e in quanto tale fallace, mentre il desiderio è ciò che ci spinge a andare oltre a essa nelle intenzioni, nella nostra aspirazione.

Accettarci profondamente significa quindi non smettere di amarci nel momento in cui sbagliamo o non viviamo nel modo in cui desidereremmo. Ma da questa accettazione profonda e amore per noi stessi scaturisce la consapevolezza stessa della nostra “parte divina”, dello scopo esistenziale di cercare di realizzare il più possibile le nostre potenzialità ancora inespresse. Il nutrimento di questo desiderio, il mantenerlo vivo, non dipende dal conseguimento dei risultati concreti, ma è una forza che ci accompagna e rimane in noi nonostante successi e fallimenti.

Concludendo e semplificando ai minimi termini, traggo una banalissima ma immediata citazione da una commedia natalizia passata in televisione in questi giorni:

“L’importante non è come si comincia, ma come si finisce”

I miei più sinceri auguri di buon inizio anno e buon proseguimento di vita a tutti

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