Non è un paese per single

Non è un paese per sinlge

Sempre più spesso come terapeuti ci troviamo a fare i conti con una problematica molto diffusa: la difficoltà ad essere single al giorno d’oggi, in questa società.

Molte persone tra i 30 e i 40 arrivano chiedendo aiuto per quello che da molti è stato definito spesso il male del nostro tempo: infelicità e insoddisfazione cronica, depressione, mancanza di senso, ansia.

Queste persone considerano il fatto di essere soli una conseguenza dei propri problemi psicologici. Spesso invece ci troviamo a constatare che il fatto di essere single è una condizione che, di per sé, causa molta della loro infelicità.

Ad essere intollerabile non è tanto il senso di solitudine o la mancanza di affetto, ma le conseguenze sul piano sociale della condizione di single. L’autostima di molte persone è fortemente minata in quanto:

  • si sentono giudicate dagli altri, in primis dagli altri membri della propria famiglia d’origine
  • si sentono dei pesci fuor d’acqua, dei diversi, dei reietti della società
  • si sentono incompleti e irrealizzati, per quanto abbiano realizzato moltissimi obiettivi sul piano lavorativo e sociale.

Questi elementi, in particolare l’ultimo, sono indizi che con la loro rindonanza ci hanno portato a individuare nel contesto culturale un ostacolo non indifferente che impedisce a queste persone di attuare dei cambiamenti decisivi per riuscire ad essere felici.

La cultura della famiglia a tutti i costi

Il panorama culturale prevede ancora la costituzione della famiglia come l’obiettivo principale attraverso cui realizzare se stessi e la propria felicità. Per quanto realizzate nel lavoro, nelle relazioni di amicizia e negli interessi e passioni, molte persone non riescono a legittimare fino in fondo se stesse come individui completi e compiuti. E quindi non riescono a sentirsi felici, anche se non hanno affatto maggiori problematiche psicologiche e relazionali di chi sta in coppia e in famiglia, anzi! Spesso sono persone che hanno trovato e conquistato una buona dose di equilibrio, affrontando in solitudine sfide e compiti evolutivi molto ardui. Ma è il fatto di non riconoscersi come individui completi che porta ad amplificare il vissuto di infelicità, a non riconoscere e valorizzare i propri successi, e sentirsi sempre “manchevoli” di qualcosa.

L’idea di rimanere senza una famiglia pare strettamente correlata all’immagine di una irreparabile e profonda solitudine. Questo spesso innesca dei circoli viziosi, perchè le persone in preda a questi sentimenti non investono quanto potrebbero su relazioni che di fatto costituiscono delle validissime alternative alla famiglia. Rimangono come bloccate e sospese in un’ambiguità che è il perfetto specchio dei nostri tempi: da un lato vi è stato a livello sociale un aumento dell’individualismo e dell’alimentazione delle esigenze individuali, dall’altro appunto non vi è stato il riconoscimento di alternative valide al modello sociale precedente con la famiglia al centro della struttura sociale.

La terapia aiuta i single ma non basta

La terapia è un primo passo che po’ aiutare a prendere consapevolezza della propria condizione e delle reali difficoltà che ostacolano il raggiungimento di una buona autostima e senso di completezza e realizzazione. Di fatto da sola non è sufficiente. Ciò che ci vorrebbe è un aumento delle relazioni significative in cui si possa sentire riconosciuti, amati e accettati e dove ci si possa mettere profondamente in gioco anche senza essere una famiglia.

In ambito professionale talvolta questo obiettivo viene perseguito e raggiunto all’interno di gruppi di persone che si confrontano attorno ad una medesima problematica o condizione esistenziale: gruppi terapeutici o gruppi di auto-mutuo aiuto.

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